Je pense, donc je suis.

/ martedì 29 ottobre 2013 /
Green Park, London.
Photo taken by me.
Oggi mi sono concessa di reinnamorarmi di questa città, che negli ultimi giorni mi ha dato filo da torcere. Ho voluto fermarmi un attimo in più a Piccadilly Circus, sorridere per la presenza di un Darth Vader in posa per una foto con un fan. Ho camminato, per le strade e per i parchi. Mi sono guardata attorno indossando di nuovo gli occhi del mio primo giorno a Londra. Cos'è che tre anni fa mi era entrato dentro e non se n'è più andato? Sono troppi giorni che lo dimentico, sempre più incline a vedere Londra come una sorta di antagonista, l'ostacolo ai miei progetti, ai miei sogni. Perché non tutto è facile, qui. Ma non per questo dovrebbe essere meno bello.
Mi sono seduta su una panchina di Green Park, oggi, ed ho osservato la gente. I gruppi di amici in cerca di un posto dove sedersi, una coppia che se n'è infischiata della terra umida dalla tempesta del giorno precedente e si è costruita un po' di privacy nel mezzo del niente. E poi c'erano i bambini che giocavano con le foglie cadute, un uomo che scacciava piccioni, ragni che si arrampicavano su per il mio braccio e scoiattoli in cerca di cibo. C'era tutto questo, e anche di più.
Ho voluto regalarmi un momento, un'immagine nella mia testa che è sempre stata legata alla vita che sto inseguendo. Mi sono seduta su una panchina, ho aperto quell'insieme di parole stampate che sono fuoriuscite dalla mente di George R.R. Martin, e ho letto di Tyrion Lannister e Bran Stark.
Londra non è stata, per me oggi, solo quell'intrico di vie da percorrere velocemente con tanti fogli in mano con il tuo nome sopra. E' stata quella di tre anni fa, la magia dei sorrisi della gente e del sole tra le foglie autunnali.

Lavoro, quello sconosciuto.

/ sabato 26 ottobre 2013 /
E' difficile iniziare a vivere da soli. E' ancora più difficile se lo fai in una capitale straniera. Senza un lavoro, poi, tutto questo sembra addirittura impossibile. Ma vai avanti lo stesso.
Sono passate nemmeno due settimane da quando ho iniziato a girare per i negozi e dare il mio CV, ed è già cambiato molto da allora. Ora ho un indirizzo ed un numero di telefono inglese. Ora ho due prove pratiche alle spalle, e sempre meno forza d'animo per continuare a cercare. Ma, come ho già detto, si va avanti, perché il lavoro serve. Rende indipendente, per scelta o per bisogno. Io ho scelto di aver bisogno di un lavoro.
Trovandosi nella situazione di dover fare i conti con piatti sporchi, clientela e cibo messicano, però, ho scoperto una nuova caratteristica di me stessa: non sono portata per i lavoro fisici. Probabilmente l'ho sempre saputo, io sono una ragazza che organizza, coordina alla perfezione. Datele un obiettivo, datele un team, e avrete un risultato eccellente. Ma datele in mano un mestolo e mettetele davanti un contenitore riempito di salsa piccante, e sperate per il meglio.
Ma un lavoro rimane un lavoro, i soldi servono anche a chi non è sicuro di poter riuscire a lavare piatti alla velocità della luce. Prima o poi, ci riuscirà comunque. La motivazione c'è, ed è quella la cosa più importante quando si cerca qualcosa. Qualunque cosa essa sia.

Tra Rochester e Londra, una sognatrice itinerante.

/ mercoledì 23 ottobre 2013 /
Ho passato l'ultima settimana e mezza a chiedermi se abbia fatto la scelta giusta. Se trasferirmi significhi davvero un passo avanti verso i miei sogni, o un passo di lato verso una fantasia. Sto ancora cercando la risposta.
Rochester, Kent.
Photo taken by me.
Sono arrivata in Inghilterra l'11 Ottobre, a Rochester per le sette di sera. Ho sfruttato il weekend per guardarmi un po' in giro, per capire dove fossi e chi avessi intorno. E poi ho ritrovato i miei amici, quelli che avevo lasciato solo quattro giorni prima, e quelli con cui non parlavo da prima dell'estate. Ho trovato nuove persone, nuove risate, nuovi scherzi e nuove preoccupazioni. E mi sono lasciata prendere da tutto questo anche io, mostrandomi una volta tanto per quella che sono senza timore, accettando di essere accettata.
Intanto, alternavo i momenti di spensieratezza a quelli di ricerca. Ricerca di un lavoro, di una casa, di uno spazio in questa immensa Londra. Quello spazio che ho sempre sentito quando venivo qui, quello che non avevo mai sentito a Roma. Ma quello spazio era momentaneo, lo spazio di chi viaggia e torna a casa. Io volevo uno spazio permanente, un'impronta che non svanisse appena la marea tornava a riva.
Londra.
Photo taken by me.
Ho trovato una stanza, in uno dei posti dove pare che qualche anno fa la criminalità non fosse da sottovalutare. Oggi scrivo proprio da lì, e fuori le sirene della polizia corrono come il vento.
Sto spuntando una ad una quelle cose che mi ero ripromessa di fare, che sarebbero costate tentativi, stress e tempo. Se li è presi tutti, Londra. Lei, la città che ho sempre voluto sentire mia, la città dove tutto sembrava essere possibile. Non so se fosse solo un sogno disperato, mera fantasia, o forse qualcosa di vero in tutto quello che sentivo c'era. Lo scoprirò nel giro di un mese, probabilmente. Il tempo cambia le giornate inaspettatamente, così come le giornate vengono cambiate dal tempo.
Ho un tetto sopra la testa, non di quelli duraturi, fragile. Ho la possibilità di mettermi in mostra, di far vedere quello che so fare e quanto voglio quello spazio. Ma è dura, sì che è dura. Perché quando non vedi l'ora di tornare a casa, scopri che la casa non la hai. Scopri che quello che chiamavi "casa", non erano due lenzuola e un cuscino. Era la gente, era la sensazione di calore che solo il sentirsi a proprio agio in un luogo può dare.
E' questo quello di cui ho paura adesso. Di non poter mai chiamare Londra "casa".

#2 Random Thoughts.

/ mercoledì 2 ottobre 2013 /
"Brushing my hair, do I look perfect?"
E' la frase di una canzone di Jessie J, Who You Are, ed esprime perfettamente la presa di coscienza che sto sperimentando nelle ultime ore.
Sono sempre stata la prima a credere che l'aspetto non è tutto, che per essere belle, non sia necessario appartenere a certi canoni. La falsità con la quale mi circondavo mi ha stupita.
Ho sempre avuto in testa una particolare immagine di me stessa, nel futuro. Sin da quando ero bambina, avevo l'idea di poter essere questa ragazza bionda, piena di amici e, perché no, un bel ragazzo con cui condividere le prime emozioni. E' una fantasia che mi ha sempre seguita, allontanandomi sempre di più dalla realtà. Da un certo punto di vista, mi aiutava anche ad accettare quello che era il presente, sperando in un "futuro migliore". Ed è qualcosa che continuo a fare, un'abitudine involontaria che mi segue prima di addormentarmi, quando gli occhi si chiudono ed il domani diventa qualsiasi cosa io voglia. Ma è sempre stato qualcosa di sbagliato, e che mi ha impedito di accettarmi veramente per quella che sono, facendomi credere che dovessi realizzare questa bella immagine di me stessa per essere felice. E oggi ci sono inciampata, in questa ridicola immagine, e sono caduta. Sto ancora cadendo, aspettando che qualcuno mi prenda tra le braccia e mi aiuti a rialzarmi. Quel qualcuno devo essere io.
Ognuno di noi ha nella testa quello che vorrebbe essere, e non c'è errore più grave. Ci uccidiamo, uccidiamo chi siamo per tentare di essere qualcuno che non saremo mai. Dov'è il bello in tutto ciò? Dov'è il giusto?
Fa bene avere degli obiettivi, delle ambizioni, anche lavorare su se stessi è importante, se non si sta bene. Ma deve essere un lavoro sano, costruttivo, naturale. E' quando vorremmo cambiare qualcosa che è naturalmente così, che sbagliamo.
E' una consapevolezza che sto raggiungendo piano piano, e che richiederà tanto lavoro per ottenerla davvero. Ma oggi, per la prima volta, tenterò di non combattere lo specchio, di non dichiarare guerra a quella parte di me stessa che non mi piace.

I'm a writer, not a fighter.

/ martedì 1 ottobre 2013 /
Il futuro è qualcosa che mi ha sempre spaventata, soprattutto quando so di non averne il controllo. E questa è una di quelle volte. Non so dove sarò tra un mese, non so nemmeno dove sarò tra quindici giorni. So che ho un biglietto di sola andata per una città dove mi sono sempre sentita a mio agio, e dove ho sempre sognato di vivere. Ma dopo cosa succede? Il non sapere mi terrorizza, mi blocca, mi impedisce di pensare. E per una persona che, come me, pensa anche troppo, non è sempre un bene non riuscire a stare da sola con se stessa.
Ho sempre reagito male all'inaspettato. Tentavo di allontanarlo, impaurita dall'eventualità che le cose potessero andare male. Meglio ignorare quello che non si sa, perché sapere potrebbe rivelarsi pericoloso. Questa volta, però, voglio provare a prenderlo per mano, questo inaspettato. Lasciarmi guidare, senza però far finta che non esista. Mi ci aggrappo, all'inaspettato, lo prendo di petto. Gli chiedo di darmi quello che voglio, gli dimostro che sono pronta a mettermi in gioco.
"Stuck in Love"
(http://weheartit.com/MellarksWife)
Ultimamente la frase "scrivere è il mio destino" è uscita fuori dalla mia mente, e l'inchiostro l'ha rinchiusa in una pagina. Non credo nel destino, ma se ci credessi affermerei senza paura che se non fossi una scrittrice, non so cosa farei del resto della mia vita. Non ho mai avuto il coraggio di ammetterlo, prima di adesso. Ma voglio osservare il mondo, le persone. Nella mia testa ci sono tante parole e tante situazioni che vogliono uscire fuori, vogliono essere stampate, indelebili, anche nelle menti degli altri. Sull'autobus guardo due persone e nasce una storia. Osservo ogni cosa lasciandomi trasportare in un mondo che non è sempre il mio. Molto spesso sono convinta di essere mal interpretata, quando i miei occhi restano intrappolati da un'altra persona, dal suo modo di fare o di vestire. Le piccole cose hanno tanto da dire, e io voglio aiutarle ad emergere.
Tutto è iniziato da questo blog, che rappresenta una sorta di avventura. E continuerà attraverso un altro blog, dove l'avventura sarà diversa, ma pur sempre un allenamento a quello che voglio davvero.
Corro in contro al mio destino -An anglophile('s) Scrapbook .

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Twenty years old. Born in Rome, but lives in London. My name was supposed to be Andrea, but back in 1994 it was exclusively a male name. I write. I write to escape, to travel, I write to live. I love England. I love music, books and John Keats. I describe myself as cynical and objective, but my favourite literature period is Romanticism. I'm the girl in the dress, because Taylor Swift describes me perfectly.

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Diciannove anni, maturata. Lei si sarebbe dovuta chiamare Andrea, ma nel 1994 non era considerato un nome adatto ad una bambina. Scrive. Scrive per viaggiare, scrive per fuggire, scrive per andare in contro al mondo. Ama l'Inghilterra. Ama la musica, e ama i libri. Ama John Keats. Si definisce cinica e oggettiva, ma il Romanticismo è il periodo che più l'affascina. E' la ragazza con il vestito, perché Taylor Swift la descrive così dannatamente bene.
 
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